30.08.2008
, Inserito da: michelemoor, in Blog
 - Sicurezza

L'esercito rassicura gli svizzeri

Oltre i due terzi degli svizzeri (l’8% in più rispetto al 2007) ritengono che non si possa fare a meno dell’esercito. Lo dice il sondaggio annuale sulla sicurezza relativo al 2008 realizzato dal Politecnico di Zurigo.

Non mi stupisce che gli svizzeri giudichino il nostro esercito indispensabile. Basta pensare a quanto, purtroppo, è imperante oggigiorno il tema della sicurezza. È vero che la sicurezza “classica”, intesa come difesa del territorio, non è più molto attuale (una minaccia militare è oggettivamente poco probabile), ma è anche vero che l’esercito è il più potente strumento della politica di sicurezza svizzera e che al giorno d’oggi esercito vuol dire anche sicurezza interna. Pensiamo alle nostre città, dove ogni giorno, malauguratamente, accadono eventi che testimoniano l’erosione di questa sicurezza; è evidente che la pace cittadina è primariamente un compito della polizia, ma il cittadino percepisce che queste forze hanno dei limiti e quindi pensa - con un pizzico di ingenuità, forse, ma intuendo ciò che è giusto ­– che in caso di bisogno è possibile l’intervento dell’esercito. Non dimentichiamo che l’Italia ha mobilitato di recente 3mila soldati per presidiare le zone sensibili nelle città piu grandi, cosa che per altro la Francia fa da tempo. E, tornando alla Svizzera, non dimentichiamo l’utilizzo dell’esercito in occasione di grandi eventi (il WEF a Davos, Euro2008) , in difesa delle autorità civili (la protezione delle ambasciate) o ancora come rinforzo alle guardie di confine. L’esercito dunque, nonostante tutto, nonostante i suoi effettivi siano stati diminuiti in modo drastico negli ultimi anni, resta profondamente ancorato nella popolazione; un po’ per tradizione, e soprattutto per necessità. Infatti nemmeno la neutralità, ben accetta dalla stragrande maggioranza degli svizzeri, riesce ad acquietare del tutto gli animi, turbati da un lato dalle innumerevoli micro-violenze che si compiono poco più in là dalla porta di casa, dall’altro dalla minaccia diffusa e ineffabile del terrorismo. Fino ad oggi il nostro Paese non è stato toccato da questo tipo di violenza, e si può ben sperare che si continui così. E la storia è lì a dimostrare il ruolo fondamentale svolto dal nostro paese grazie alla sua neutralità nel dialogo internazionale. A questo proposito, tuttavia, c’è qualcosa che mi turba. Ho l’impressione che quello che sta facendo la nostra attuale consigliera federale per gli affari esteri sia abbastanza pericoloso; Micheline Calmy-Rey interpreta la neutralità a modo suo, arrivando così in alcuni frangenti a mettere a repentaglio i nostri buoni servizi. Mi baso su una testimonianza diretta: ho avuto occasione, durante una visita in Kossovo, di avere colloqui con persone che lavorano laggiù per il nostro dipartimento degli affari esteri; queste persone non sono per nulla convinte di questa interpretazione della neutralità, e anzi credono che la Svizzera stia perdendo il suo ruolo di paese importante nella mediazione a tutto vantaggio dei Paesi scandinavi, forse più coerenti nella loro neutralità.








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