04.10.2007
, Inserito da: michelemoor, in Interventi

La Svizzera non deve aderire all'UE

La Regione

In questa campagna elettorale non si parla molto dei rapporti tra Svizzera e Unione Europea: ma su un tema così rilevante per il nostro futuro i candidati dovrebbero mettere le carte bene in vista sul tavolo. Sono contrario all’adesione della Svizzera all’Unione Europea e quindi ritengo che la domanda inoltrata alcuni anni fa dal Consiglio federale debba essere ritirata. Sono invece favorevole agli accordi bilaterali e alla loro conferma, ma penso che sia necessario fare di più per risolvere alcuni problemi che questi accordi hanno causato alla Svizzera e al Ticino in particolare. La politica estera della Svizzera ha bisogno di una scelta chiara di indirizzo. Non è possibile continuare a rimanere nel limbo dell’adesione sì/adesione no, sì, ma, però, non ora, a medio termine, trattiamo e poi si vedrà. Questo non è governare un Paese. L’adesione all’Unione Europea comporterebbe quattro conseguenze fondamentali – e negative - per noi svizzeri: a) perdita di una fetta consistente di sovranità; b) drastica limitazione della democrazia diretta; c) costi elevati e quindi un sicuro aumento della pressione fiscale; d) espansione insostenibile della burocrazia. Sono questioni su cui non vi sono margini di trattativa se si vuole mantenere e far progredire la Svizzera come Paese libero, indipendente, padrone in casa propria, con ampie facoltà per i cittadini di dire la loro sulla Costituzione e sulle leggi, mediante le iniziative popolari e i referendum. Negli ultimi anni il Consiglio federale e i due partiti di centro hanno assunto una linea più prudente in materia di adesione all’UE, in attesa di tempi più propizi agli adesionisti. A Berna sanno che se si votasse sull’adesione, la maggioranza netta degli svizzeri direbbe di no. E quindi, nell’imminenza delle elezioni, si passa l’acqua bassa. Ma è un modo poco trasparente di fare politica. Nella nuova legislatura bisognerà quindi fare una scelta strategica chiara in fatto di politica verso l’UE, scartando definitivamente l’opzione dell’adesione. La strada da seguire è quella dei bilaterali, ma con gli occhi più aperti sui problemi che ne derivano (accanto ai vantaggi che i bilaterali danno alla nostra economia: senza gli accordi – e questo andrebbe ricordato più spesso – le aziende che esportano sarebbero confrontate con gravi difficoltà e vi sarebbe una consistente perdita di posti di lavoro). I problemi sono riscontrabili soprattutto sul mercato del lavoro. L’economia svizzera e quella ticinese creano lavoro e creano impieghi: lo confermano tutti i dati più recenti. In Ticino addirittura i posti di lavoro sono aumentati più che in Svizzera. Molti di questi posti vengono però occupati da frontalieri. Se anche solo la metà fosse stata occupata da residenti disoccupati, la disoccupazione in Ticino sarebbe inferiore alla media nazionale. Come intervenire? In tre direzioni. La prima è la strada maestra: la formazione. La Svizzera ha tremendamente bisogno di personale qualificato e flessibile. Bisogna quindi migliorare di continuo il sistema scolastico e formativo. È preoccupante e drammatico che il Ticino risulti ultimo tra i Cantoni nei rilevamenti dello studio PISA, che misura la preparazione dei giovani della scuola media. Se la scuola media non funziona, tutto quanto segue incontra inevitabilmente difficoltà. La seconda direzione sono gli incentivi alle aziende affinché assumano personale residente. Il Ticino ha strumenti molto interessanti nella Legge sul rilancio dell’occupazione: bisogna promuoverli ancor di più presso le aziende. Infine – terza direzione – la lotta al lavoro nero e ai clandestini. Non occorre uno Stato di polizia per ottenere risultati efficaci né una ragnatela di norme e regolamenti: occorrono sanzioni severe per chi viola le leggi e gli stessi accordi bilaterali. La certezza della sanzione adeguata è molto più efficace di costosi apparati burocratici. Per il resto, il ruolo principale spetta ai partner sociali: imprenditori e sindacati, tramite la contrattazione. Una politica estera così attuata e così sostenuta darebbe nuovi impulsi di sviluppo alla Svizzera e porrebbe fine a quell’incertezza e a quell’ambiguità che da troppo tempo caratterizzano la linea del Consiglio federale e delle Camere. Se sarò eletto in Consiglio nazionale, lavorerò a sostegno di scelte chiare: no all’UE, sì alla Svizzera, per una migliore gestione dell’era dei bilaterali. Anche e soprattutto in questo ambito i cittadini chiedono sicurezza: e la sicurezza è data solo dalle scelte chiare e coraggiose, non dai tentennamenti o dalle ambiguità.




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