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17.10.2007
A Berna per la crescita economica
Corriere del Ticino
La crescita dell’economia è un obiettivo condiviso quasi da tutti: fanno eccezione unicamente gli ecologisti più dogmatici, secondo i quali bisognerebbe bloccare consumi, investimenti industriali, mobilità. Fortunatamente questa è una posizione minoritaria, quasi marginale. Chi ha subito le conseguenze negative della mancata crescita nei primi anni Novanta o durante la recessione del 2002-2003 sa bene quanto sia importante avere un’economia che produce valore aggiunto e crea posti di lavoro. La popolazione del resto aumenta: non ci si può accontentare di suddividere tra più persone la stessa torta, ma bisogna che la torta diventi più grande. Come favorire dunque il raggiungimento di questo obiettivo?
È qui che i pareri si dividono. La mia esperienza personale, oltre che l’osservazione di quanto è avvenuto e avviene nel nostro e negli altri Paesi, mi dicono che quanto più un’economia è libera, tanto più produce benessere. La principale condizione di competitività economica è proprio la libertà per le imprese di muoversi sul mercato senza essere tartassate dal fisco e senza essere ostacolate da regolamenti, limitazioni e divieti che non
abbiano una più che valida giustificazione. Come per gli individui, anche per le imprese che producono e creano posti di lavoro la libertà finisce dove inizia quella degli altri. Per questo è necessario non uno Stato che faccia l’imprenditore (con aziende statizzate), ma uno Stato che faccia l’arbitro del mercato, cioè garantisca a tutti i “giocatori” un gioco corretto, rispettoso delle regole fondamentali, senza abusi e senza soprusi. Nel mondo d’oggi, che lo si voglia o no, la nostra economia può prosperare, e quindi creare posti di lavoro, solo se riesce a confrontarsi in modo vincente con i concorrenti esteri.
Ci vogliono così creatività imprenditoriale, assunzione del rischio, propensione alle novità (un’impresa che non innova è destinata a morire), disponibilità di personale qualificato, accesso ai mercati, certezza del diritto, obblighi amministrativi limitati allo stretto necessario, fiscalità bassa. Lo Stato deve fare la sua parte, senza sostituirsi agli imprenditori e senza mettere il bastone fra le ruote della loro attività. Può essere di grande aiuto o può fare molti danni a dipendenza delle scelte fatte nel campo della formazione e della ricerca, della legislazione ambientale e di pianificazione del territorio, della pressione fiscale, della garanzia di una libera e corretta concorrenza, dei trattati internazionali. Determinante è, in tutti questi ambiti, la politica federale. La Svizzera deve in particolare salvaguardare i vantaggi che hanno contribuito a costruire il suo benessere. Primo fra tutti il basso livello delle imposte. Molti Paesi europei hanno fatto riforme fiscali importantissime: gli ex Paesi dell’est, l’Austria, l’Olanda, l’Irlanda, la Spagna, perfino la Svezia.
Nella prossima legislatura bisogna rilanciare le riforme fiscali: sono fondamentali per tutta l’economia e in particolare per la piazza finanziaria. A breve termine va ridotta l’imposta sugli utili aziendali, a medio termine va abolita del tutto la doppia imposizione economica (vera palla al piede dell’economia svizzera). Non deve invece esservi spazio per nuove tasse. E gli oneri sociali obbligatori non devono pesare sulle imprese e sui lavoratori più di quanto pesino oggi. Per questo occorre tenere sotto controllo la spesa statale e quella delle assicurazioni sociali.
Un’economia che cresce rende possibile la diffusione del benessere e l’aiuto a chi ha problemi. La nostra economia deve quindi essere messa in condizione di crescere anche nei prossimi anni, di fronte a una concorrenza sempre più agguerrita. Se sarò eletto in Consiglio nazionale lavorerò concretamente per realizzare questo obiettivo. Non ideologia, non teorie, ma misure concrete. Poche, ma precise, chiare, efficaci. La Svizzera ha bisogno di questo.
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