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21.11.2009
Una struttura adeguata per la politica di sicurezza
Popolo e Libertà, 21 novembre 2009
Colonnello Moor, l'anno scorso l'esercito svizzero ha dovuto affrontare roventi polemiche a proposito del suo capo Roland Nef, culminate con le dimissioni di quest'ultimo. Si è sicuramente trattato di un grave colpo per l'immagine delle nostre forze armate: qual è oggi la situazione?
Negli ultimi mesi l'esercito svizzero è stato sovente protagonista di episodi che hanno nuociuto alla sua immagine. Le dimissioni forzate del Capo dell'Esercito, Comandante di Corpo Roland Nef, è solo il più importante di questi episodi.
Ciò malgrado, l'immagine dell'esercito agli occhi dei cittadini è da considerare buona. Basti pensare che l'annuale studio sulla politica di sicurezza della Svizzera effettuato dal Politecnico Federale di Zurigo conferma che circa il 75% della popolazione è favorevole all'esercito.
L'immagine agli occhi dei politici è invece meno buona. Ma questo è da ricondurre in buona parte all'operato dei politici stessi, che non hanno una chiara strategia per la politica di sicurezza della Svizzera. Quando ero presidente della Società Svizzera degli Ufficiali ho chiesto più volte di effettuare un processo decisionale per la politica di sicurezza che partisse dalle forme di minaccia per arrivare a definire i compiti dell'esercito e di conseguenza a definire l'esercito stesso. Consiglio Federale e Parlamento si sono sempre rifiutati di effettuare questo processo decisionale, che sarebbe l'unico sistema razionale e scientifico per dare a quello che rimane lo strumento più importante della politica di sicurezza di un paese i giusti compiti, la giusta struttura e i giusti mezzi, non da ultimo finanziari.
Il nuovo capo del DDPS Ueli Maurer ha individuato notevoli margini di risparmio nell'esercito (ad esempio nell'ambito dell'informatica), ma ha pure lamentato la mancanza di risorse finanziarie. Non si tratta di una contraddizione? Qual è la reale situazione finanziaria della nostra armata?
Il nuovo capo del DDPS, Consigliere federale Ueli Maurer, sta facendo un buon lavoro, anche se pure lui, per raggiungere il suo scopo, quello di avere il "miglior esercito del mondo", non rinuncia ad azioni che suscitano scalpore, ultima delle quali è la richiesta al Consiglio Federale di rinunciare a sostituire l'aereo da combattimento Tiger. Le analisi che il Consigliere federale Maurer ha effettuato, e sta ancora effettuando, portano a conclusioni interessanti. In ambito informatico sono stati spesi milioni di franchi in modo errato. Ecco perché si giunge per esempio alla conclusione che in quell’ambito si possono risparmiare dei soldi. In generale invece, l'esercito non dispone delle risorse finanziarie a suo tempo votate dal popolo con introduzione di Esercito XXI. Si parlava allora di 4,3 miliardi di franchi, oggi siamo molto al di sotto di 4 miliardi di franchi. Alcune esternazioni del Consigliere federale Maurer hanno l'obiettivo politico di fare reagire i suoi colleghi del Consiglio Federale, ma anche il Parlamento, in particolare le commissioni di politica di sicurezza, per far sì che finalmente l'esercito disponga delle risorse finanziarie previste a suo tempo. È necessario per portare avanti in modo serio e completo il progetto Esercito XXI.
Un tempo carriera militare e carriera professionale erano un binomio indissolubile: i direttori delle grandi banche erano al tempo stesso alti ufficiali dell'esercito, e così anche in politica. Oggi è ancora valido questo paradigma, o la carriera militare è addirittura diventata un ostacolo?
In un paese come la Svizzera, che ha un esercito di milizia, l'esercito è uno specchio della società. Anche la politica in Svizzera è quasi sempre di milizia e anch'essa è lo specchio della società. L'interesse dei cittadini per tutte le attività di milizia è diminuito in modo drastico negli ultimi anni. Per cui non stupisce che in certi comuni si faccia fatica di trovare persone che si interessino di politica come non stupisce che l'esercito faccia fatica a trovare persone che si interessino a una carriera militare.
Era una caratteristica della Svizzera, quella di avere una rete di persone che occupavano contemporaneamente posizioni importanti in diversi ambiti. Probabilmente era anche una dimostrazione di coesione, di sostegno compatto a quelli che erano i principi sui quali si è basata per anni la vita sociale della Svizzera. Lo sgretolarsi di questa rete è senz'altro in parte la causa di alcuni problemi attuali: si pensi alla crisi attraversata da importanti società svizzere, per esempio Swissair e UBS, ma anche alla crisi politica, per esempio alla mancanza di visioni strategiche da parte del Consiglio Federale, ma anche di certi governi cantonali.
La formazione militare è migliorata molto ultimamente; è una formazione dura, non solo dal punto di vista psichico, ma anche fisico. Essa rimane, a mio modo di vedere, la migliore formazione che un quadro aziendale possa ricevere.
Purtroppo, recentemente, si sono preferiti altri tipi di formazione, di tipo privato, molto costosi ma meno efficaci, perdendo la tradizione di permettere ai giovani di effettuare una carriera militare, che quindi a volte diventa veramente un ostacolo, perché poco compresa da parte dei superiori.
Tuttavia, leggendo gli annunci di richiesta d'impiego, mi è capitato ultimamente di vedere che è a volte richiesta una formazione militare. Si può quindi parlare di un'inversione di tendenza, anche perché la formazione militare moderna tiene conto sempre più delle esigenze dell'economia ed è diventata molto più corta.
Esercito XXI ha introdotto tre periodi di scuola reclute, nessuno dei quali è però compatibile con un percorso di studi post-obbligatorio, in quanto le date di inizio e fine delle SR si sovrappongono con l'anno scolastico. Le esigenze dell'istruzione giustificano davvero questo cambiamento? Non si rischia di ostacolare il percorso formativo dei giovani svizzeri, sfavorendoli tra l'altro per rapporto ai loro coetanei di nazionalità straniera?
I tre periodi di scuola reclute sono effettivamente un problema. È una delle caratteristiche di Esercito XXI che andrebbero riviste. A suo tempo ho cercato più volte di convincere l'allora Consigliere federale Samuel Schmid a rivedere questo modello, che implica tra l'altro un impiego continuato degli istruttori che, come é ben risaputo, sono una risorsa piuttosto rara, una risorsa problematica. Il Consigliere federale Schmid si è però sempre opposto a rivedere questo modello, dicendo che era una delle cose che non si potevano toccare. Sarebbe effettivamente meglio, sia per l'esercito che per i soldati, rivedere questo sistema e adattarlo, come in fin dei conti si faceva in precedenza, all'inizio dei cicli scolastici. Anche se non va dimenticato che non ci sono solo studenti che prestano servizio militare, anzi gli studenti sono la minoranza, per cui l'esercito dovrebbe sì tenere conto della presenza degli studenti, anche se, secondo me, essi non devono per forza avere la priorità. Ritengo tuttavia eccessivo sostenere che il percorso formativo dei giovani svizzeri sia per questo più difficoltoso di quello dei loro coetanei di nazionalità straniera. Per anni le reclute hanno iniziato università e politecnico con qualche settimana di ritardo; per anni queste reclute hanno portato comunque a termine brillantemente i loro studi e hanno poi trovato posto di lavoro importanti - come i loro coetanei che non avevano prestato servizio militare.
Il capo dell'esercito André Blattmann ha recentemente criticato l'introduzione della "prova dell'atto" quale unico requisito per svolgere il servizio civile al posto del servizio militare. Condivide questa critica?
La modifica della legge inerente il servizio civile ha effettivamente facilitato il cambiamento dal servizio militare al servizio civile. Questo per un esercito di milizia, che prevede un servizio obbligatorio, è abbastanza pericoloso, perché permette ai giovani di compiere una scelta, indipendentemente dal fatto che il servizio civile duri più lungo di quello militare e quindi permette a coloro che ritengono il servizio militare troppo faticoso di "deviare" sul servizio civile. Si crea quindi una situazione poco chiara, nella quale ci sono persone che prestano servizio civile per convinzione e persone che lo prestano per non prestare servizio militare. Se da una parte questo può andare bene per il servizio civile, che di colpo si trova con un maggior numero di giovani a disposizione, questo è particolarmente pericoloso per un esercito che si trova già confrontato ad una diminuzione demografica degli effettivi. Condivido quindi la critica espressa dal capo dell'esercito a questo nuova legislazione, che ritengo vada corretta al più presto in modo ragionevole.
Gli alti quadri ticinesi nell'esercito svizzero sono pochi e sono quasi assenti nelle alte sfere di comando. Si tratta di "pigrizia" dei ticinesi o l'esercito non è più federalista come un tempo?
I Ticinesi nelle alte sfere dell'esercito non sono pochi. Basta pensare che una delle quattro regioni territoriali è comandata da un divisionario ticinese e che una brigata, da quando esiste Esercito XXI, è comandata da un brigadiere ticinese. Purtroppo una politica poco lungimirante, non da ultimo da parte dai responsabili politici, ha fatto sì che si sono persi per strada ufficiali ticinesi di assoluto valore, che avrebbero potuto occupare posti importanti. Io stesso ho più volte ribadito il mio interesse, la mia disponibilità per un posto magari non di comando, ma di capo di stato maggiore: malgrado il mio curriculum e la mia esperienza in ambito di politica di sicurezza, si pensi alla presidenza alla Società Svizzera degli Ufficiali, un posto non mi è per ora stato assegnato. Non penso quindi che si tratti di pigrizia degli ufficiali ticinese, ma piuttosto di pianificazione sbagliata o mancante, come pure di scelte dettate da criteri "politici" e non di merito.
Per terminare, quale è il suo parere sull'iniziativa popolare "Per il divieto di esportare materiale bellico" che saremo chiamati a votare il prossimo 29 novembre?
L'iniziativa popolare per il divieto di esportare materiale bellico va respinta. Non tanto perché pericolosa dal punto di vista della politica economica, ma prima di tutto perché pericolosa dal punto di vista della politica di sicurezza. Infatti, questa iniziativa annienterebbe d fatto l'industria bellica svizzera, un industria che è indispensabile per un esercito di dimensioni molto ridotte, che in caso di vera crisi dovrebbe poter disporre di una produzione e di un servizio di riparazioni all'interno dei propri confini nazionali. Il concetto svizzero di difesa è sempre previsto un certo grado di autonomia, che andrebbe perso. Questo è il vero e primo motivo per il quale l'iniziativa va respinta.
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