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16.09.2009
Ma li dobbiamo mandare i nostri soldati tra i pirati?
Giornale del Popolo, 16 settembre 2009
Oggi anche il Consiglio nazionale, come ha già fatto il Consiglio degli Stati, voterà con grande probabilità la partecipazione di soldati svizzeri all'operazione Atalanta, la missione anti pirateria nel Golfo di Aden e al largo delle coste somale. Questi soldati dovrebbero proteggere non solo le navi svizzere, ma anche le imbarcazioni del Programma Alimentare Mondiale (PAM), scortando i mezzi che trasportano aiuto, come cibo e medicinali. Da anni la Svizzera porta avanti interventi di aiuto umanitario e di sviluppo, ma per continuare a farlo c'è bisogno di maggiore sicurezza in loco.
Malgrado la maggioranza di entrambe le camere ritenga che questa partecipazione sia possibile senza minimamente modificare la Legge Militare (l'UDC si è detta contraria alla partecipazione, perché ritiene che non ci siano basi legali sufficienti per aderire alla missione anti pirateria), mi sembra opportuno chiedersi, se sia saggio partecipare.
Militarmente è saggio, perché con l'introduzione di Esercito XXI è stato anche creato un gruppo di forze speciali pensato tra l'altro per questo genere di impieghi, anche all'estero. Si tratta di soldati professionisti ben istruiti, dei quali si deve in parte ancora verificare se sono pronti all'impiego: possono dimostrare la loro efficacia solo se messi alla prova. L'importante è che questi impieghi di assistenza siano limitati nel tempo, anche se prolungabili, e che i soldati impiegati lo facciano su base volontaria, anche se professionisti.
Politicamente è invece poco saggio, perché ogni impiego armato all'estero potrebbe di indebolire la neutralità svizzera. Durante le mie visite all'estero quale Presidente della Società Svizzera degli Ufficiali ho avuto l'opportunità di parlare con collaboratori dei due dipartimenti maggiormente coinvolti in questo tipo di impiego, quello degli Esteri e quello della Difesa: se è vero che la comunità internazionale auspica una partecipazione della Svizzera al mantenimento della pace, è altrettanto vero che questa partecipazione non deve per forza essere militare: l'invio di soldati, anche se ben istruiti, rischia di essere una partecipazione più che altro quantitativa. Sarebbe meglio mettere a disposizione della comunità internazionale prestazioni e materiale di qualità, tipicamente svizzeri, che altri paesi non sono in grado di offrire, perché sarebbe una partecipazione qualitativa, che contribuirebbe a rafforzare la nostra neutralità.
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